5 Ottobre 1965 Parte Prima

Posted On 04 Oct 2016
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di Miki Faella

Iniziamo da questa (incredibile) data per raccontare dell’inizio di una bellissima storia divisa in due capitoli; qualcuno di noi non era nemmeno un pensiero dei propri genitori e probabilmente nemmeno è a conoscenza dell’importanza di questa data del nostro fantastico sport.

Non iniziamo a raccontarvi di statistiche, numeri e riconoscimenti ma partiamo da due città nel lontano Québec che sono l’epicentro della cultura e storia non solo hockeystica del movimento quebecois, ovvero sia Montréal e Québec City, precisamente da Pierrette e Jean-Guy Lemieux così come Barbara Miller Roy e Michel Roy, lontani 200 chilometri ed accomunati dalla nascita dei loro figli chiamati rispettivamente Mario e Patrick Jacques, destinati a cambiare la storia dello sport nordamericano e non solo.

Quando nasce La doppia Leggenda
Si vede che nella coda dei talenti il buon Dio distribuiva doni parecchi importanti quel giorno, tali da assegnare alle due future superstars quebecois talento, magnificenza e tenacia tali da ricordarli (e festeggiarli) anche negli anni a venire; Mario e Patrick crescono tra pane ghiaccio ed allenamenti nelle lande gelide del Québec, col buon Mario già adocchiato quale futuro fuoriclasse facendo sfracelli nella Lega Hockeystica Giovanile del Québec (QMJHL) con i suoi Laval Voisin, dove in tre stagioni da junior colleziona la bellezza di 562 punti (247 gol e 315 assist) mentre la gavetta è più dura per Patrick Roy sempre nella Qmjhl (dopo un titolo canadese Midget) in un team di secondo piano (Grandby Bisons) dove conquista più sconfitte che vittorie.

I Curiosi Draft del 1984
lemiuex-royAlla chiamata degli Entry Draft del 1984, ancora ora tra le classi migliori ricordate dagli amanti delle stats (vedi Luc Robitaille, Brett Hull e Shayne Corson tra tutti), Le Magnifique Lemieux è già redatto quale primissima scelta ma è abbastanza stizzito della location: a quei tempi (difatti) le chiamate venivan già decise alla fine della stagione regolare appena trascorsa, con i derelitti Pittsburgh Penguins a finire (volutamente) ultimi per pescare il fenomenale Mario, letteralmente disgustato nello sbarcare in NHL con la peggior formazione del tempo non solo sul ghiaccio, tra continue voci di bancarotta, trasferimenti, unite al progressivo diminuire di presenze all’interno dell’iconica Igloo Arena di casa Pens, in una delle (allora) peggio città d’America.
(Forse) Ancora peggio capitò a Patrick Roy, finito quasi per scherzo sul taccuino dei Montréal Canadiens, con i talent scout a chiamarlo al pari del teammate Richer, complice una bella sequela di parate fatte dal vivo: viene redatto al terzo turno (numero 51) dagli odiatissimi Habs, vista la sua chiara appartenenza di cuore da tifoso dei compianti Nordiques ma almeno (come disse) “anche qui si parla quebecois almeno!” visto che il giovane Patrick sino ai 20 anni non spiaccicava una parola di inglese.

Esordio da Campionissimi
royLemieux sin dalle prime pattinate tra i pro fa capire di che pasta è fatta, mettendo a referto la prima rete (al primo tiro!) al debutto in NHL, prendendo le redini in mano del malandato team di Steel City, chiudendo la prima stagione tra i professionisti con 100 punti (43+57) ed il premio quale miglior rookie della Lega (Calder Trophy). L’approdo tra i pro di Roy invece si fa attendere, chiamato quale backup di emergenza per un paio di uscite a fine Febbraio quando ancora militava tra gli juniores e spedito sul ghiaccio per 20’ in NHL, mandando in bianco i Jets del terzo tempo; con i Bisons lontano dai playoff, la stagione di Patrick continua in AHL dove trascina (incredibilmente) al successo il team di Sherbrooke al termine di una cavalcata da annali.
Se il team di Lemieux annaspa sempre nei bassifondi della Lega nonostante il giovane Mario conquista già i titoli dei giornali, diversa fortuna ha Patrick Roy che, dopo il titolo in AHL, diventa partente dei celeberrimi Habs la stagione seguente: il ragazzino quebecois che iniziava a parlare le prime parole di inglese, impressiona per il suo celeberrimo marchio di fabbrica, ovvero sia il rendere al meglio sotto pressione.
Pressione che è argento vivo in una delle platee più calde della Lega che, dopo l’addio del fuoriclasse Ken Dryden, non riesce a trovare un partente degno di stare nella gabbia di Montréal; Roy è semplicemente mostruoso in stagione regolare (Calder Trophy anche per lui) trascinando i tutt’altro che favoriti Canadiens alla Stanley Cup al debutto tra i Pro nel 1985-86, con tanto di Conn Smythe Trophy assegnato quale miglior giocatore in post-season (il più giovane di tutti i tempi), unito all’iconico nickname St.Patrick Roy a non abbandonarlo sino ai giorni nostri.

Mario e Patrick riscrivono la storia
lemieuxCon i Penguins finalmente competitivi in stagione regolare, trascinato dall’infinito talento del celeberrimo #66 che spesso fa le bizze con qualche infortunio di troppo, la gloria personale lo innalza tra gli immortali del tempo al pari di un certo Wayne Gretzky, tra una serie di record ancora adesso riportati negli annali, quali i 199 punti nella stagione 1988-89 oppure le 46 uscite consecutive a referto(!), a dividersi ogni anno quasi tutti gli ambiti riconoscimenti elitari della Lega, arrivando a coronare il sogno di alzare la Stanley Cup nella stagione 1990-91 (poi bissata l’anno seguente) e passata metà a letto per un infortunio alla schiena, in un team di campionissimi quali Joe Mullen, Jaromir Jagr e l’attuale allenatore dell’Asiago Tom Barrasso in porta.
Patrick Roy reinventa regole e stili in porta, cambiando i connotati del portiere nell’attuale ButterFly-Style, altro suo imprescindibile marchio registrato, arrivando all’incredibile Stanley Cup del 1992-93, con l’incredibile record di 11 vittorie agli extratime in post-season (ben 10 di fila!) ed il secondo Conn Smythe in bacheca per St.Patrick, nuovo artefice del miracolo di Montréal, ad alzare al Cielo l’ultima Stanley Cup per un team canadese.
Domani continua la seconda parte.

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